Napoli e suoi antichi mestieri

Il lavoro nobilita l’uomo! Da sempre, in ogni luogo e a qualsiasi età è stata sentita l’esigenza di rendersi utili e di cercare il modo di vivere senza dover dipendere da altri. Chi in un modo, chi in un altro col lavoro trova la sua dimensione e la sua gratificazione personale. Infatti chiunque lavora lo fa o per soldi o per passione. E quando il lavoro non c’è? Bisogna inventarselo. Nascono così le arti e i mestieri, anche i più umili. Ma il lavoro è lavoro. Va fatto al meglio e va sempre apprezzato. E poi, diciamoci la verità, è bello. Porta a stare a contatto con gli altri. L’avanzare del progresso tecnologico ha fatto sì che più facilmente si incontrassero la domanda e l’offerta di lavoro, ossia che si mettessero in contatto chi cerca e chi offre lavoro. Si risolve così un bel problema non vi pare? Inoltre la tecnologia ha creato nuovi tipi di lavoro e lo ha reso, sotto certi aspetti, anche più comodo, veloce, semplice ed efficace. Ma facciamo un grande passo indietro e andiamo ad indagare il mondo del lavoro in una metropoli come Napoli quando non c’erano tutte quelle comodità che abbiamo oggi. Parliamo, insomma, degli antichi mestieri napoletani che sono quasi del tutto scomparsi.

L’ACQUAIUOLO

Un mestiere particolarmente apprezzato nelle stagioni più calde. Infatti, non si trattava semplicemente di un ambulante che distribuiva dell’ acqua. Era una specie di bevanda: l’acqua di “mummara”, contenente un po’ di bicarbonato. Poi nulla vietava che potessero essere vendute anche spremute di arance o di limone che debellavano la sete. E anche altre bevande perché no. Dipendeva dai gusti. Non erano solo soggetti attrezzati con un carrettino ma qualcuno di loro disponeva di un chiosco.

O LATRENARE

Noto anche come “spuzzacesse” o “spuzzalatrine”, particolarmente importante quando in città non esistevano ancora le reti fognarie. Ripuliva i pozzi neri dei bagni pubblici o condominiali. Questo soggetto ammucchiava tutto il materiale raccolto in tini per poi rivenderlo ai contadini come concime.

MASTUGGIORGIO

Pare che il nome derivi dal greco “mastigophòros” (portatore di frusta) o da Mastro Giorgio Cattaneo, che nel 600 voleva curare le malattie mentali con le percosse. Si trattava di un infermiere, per evidenti ragioni dal fisico robusto, addetto a sorvegliare i pazienti che soffrivano di qualche disturbo mentale e che erano rinchiusi nei manicomi. Infatti doveva essere in grado di infilare la camicia di forza ai pazienti, su comando dello psichiatra, che potevano opporre una certa resistenza soprattutto se in stato di agitazione.

O SAPUNARO

Costui si aggirava per le strade della città e in cambio di stracci, abiti vecchi e altre utilità quasi da buttare offriva del sapone per il bucato. Il sapone era giallo e conservato nella “scafarea”, contenitore di terracotta a forma di cono. Viveva insomma col baratto.  Era dotato di un carretto. Col tempo cominciò a proporre, oltre al sapone, anche piatti e stoviglie. Il che lo fece riconoscere anche come piattaro.

 

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on Mar 29, 2019

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